Dal 5 all’8 febbraio 2026, in occasione di ArtCity26, gli spazi di SBTT (Stile Bottega Architettura) hanno ospitato “Invèl, In nessun luogo” di Asia Galeati, a cura di Armenia Panfolklorica e Arianna Bettarelli.
La giovane artista (Faenza, 2002), attualmente frequentante il biennio di pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, è stata bene accolta dal pubblico di ArtCity26. La mostra, partendo dal concetto di trasmissione di memoria, è stata dedicata all’incontro di due interlocutrici speciali: l’artista stessa e sua nonna materna, che sin da quando Asia era ancora una bambina, le ha trasmesso, attraverso il racconto orale, i misteri e le tradizioni di una Romagna che non è più.
Questo spazio di trasmissione, che sfugge ad ogni definizione canonica di ‘luogo’, ha trovato una sua possibile espressione materiale all’interno degli studi di SBTT e, più precisamente, al centro della grande sala in stile neo-eclettico, che generalmente ospita il certosino lavoro di illustri architetti.
Le curatrici hanno intervistato l’artista in forma di riflessione finale sull’evento.
Quando e perché è nata la volontà di incentrare la tua ricerca artistica sulla trasmissione della memoria romagnola?
Sin dall’inizio della mia attività artistica mi sono dedicata alla rappresentazione del paesaggio che contraddistingue la Romagna. Inizialmente il mio approccio è stato puramente istintivo, in un secondo tempo, si è fatto più viscerale. Mossa dal sentimento di appartenenza per la mia terra, ho cominciato a scavare sempre più in profondità, riscoprendola contenitore di simboli e di storie, filo conduttore tra passato, presente e futuro. Universi poco conosciuti, dai quali sono sempre stata circondata: il mondo agreste, magico e superstizioso. È da questa mia presa di coscienza che ho deciso di approfondire il folklore locale, mettendo insieme un archivio di materiali (immagini, oggetti, etc...) grazie soprattutto alla trasmissione orale di chi ha conosciuto mondi remoti che non sono più e che adesso io cerco di tradurre in chiave artistico-contemporanea.


Solitamente, quando ci si interessa a memorie che non ci appartengono in modo diretto, ci sembra quasi di riuscire a sfiorare qualcosa che non è più, il mondo di chi ci ha preceduto, dei nonni, per entrare nello specifico, dei tuoi nonni. Accade, dunque, l’incontro di due memorie, due mondi paralleli, uno più antico e l’altro attuale. Quali responsabilità sente un’artista che, come te, si è fatta carico di tradurre tale incontro di memorie? Invèl, una sorta di gigante pelle bovina. Puoi raccontarci il dietro le quinte dell’opera?
Sono cresciuta accompagnata da narrazioni e gesti dei miei nonni, appartenuti a una generazione vicina ma lontana, che mi sono resa conto di aver sempre idealizzato, creando nella mia mente un mondo arcaico dall’aria fiabesca. È da questo che nasce Invèl, parola raccolta dal vocabolario romagnolo che significa “in nessun luogo”, dall’impossibilità di visionare ciò che realmente è stato, dal momento in cui si incontrano due menti, quella di colei che narra, mia nonna, e di colei che ascolta storie mai vissute, a cui da' forma secondo il proprio repertorio visivo. Nell’opera, una grande pelle bovina, mappa organica che tenta di organizzare geografie impossibili, il paesaggio si sdoppia, si nasconde, diventa altro, si tramuta in macchia, aprendosi a letture individuali.
Questa è la tua prima volta a Stile Bottega Architettura. Come hai vissuto il confronto con questo spazio così caratteristico dal punto di vista architettonico, storico e funzionale? La mostra prevedeva l’allestimento di una sorta di anticamera all’interno della quale è stato ricostruito il tuo tavolo da lavoro, pieno di una miriade di oggetti di memoria contadina e di elementi artistico-progettuali della tua produzione. Puoi raccontarci di più?
Confrontarmi con lo spazio di Stile Bottega Architettura è stata una grande occasione, una sfida e una palestra. Un’operazione site-specific che ho progettato dialogando con questo luogo e che mi ha permesso di rafforzare la mia personale ricerca.
La mostra prevedeva una sorta di percorso predisposto da me e dalle curatrici, diviso in due ambienti: ancor prima di accedere allo spazio,, l’occhio del visitatore fruiva l’allestimento in tutte le sue parti, e la grande “pelle bovina”, inscritta nell’arco principale che fa da tramezzo, si poteva intravedere già da lontano. Nella prima sala, dedicata alla parte progettuale di Invèl, un grande tavolo raccontava in modo diaristico (per mezzo di schizzi, disegni, anticaglie, attrezzi della vita agreste, documenti, etc...) tutte le ispirazioni che hanno portato alla realizzazione dell’opera. Superato l’arco, ci si trovava al cospetto dell’opera protagonista, accompagnati da un suono ritmico di passi, intervallato da espressioni in vernacolo romagnolo, prezioso archivio sonoro per una lingua che va perdendosi.

